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domenica 9 giugno 2013

Ada o ardore.

"I suoi capelli erano pettinati con cura, quel giorno, e rilucevano d'un nero lustro che contrastava con l'opaco pallore del suo collo e delle sue braccia.Indossava la maglietta a strisce che più delle altre a Van, nelle sue fantasie solitarie, piaceva levarle dal torso ribelle. La tovaglia di tela cerata era divisa in quadri azzurri e bianchi. Una traccia di miele sporcava quel che rimaneva del burro nel suo freddo recipiente.
Lei lo guardò a lungo. Una gocciolina, come una fiammella sullo stoppino della sua bocca, lo guardò a lungo. Una viola di velluto a tre colori, della quale Ada aveva fatto un acquarello la sera prima, lo guardò a lungo dal suo calice di cristallo. Lei non disse niente. Si leccò le dita aperte senza smettere di guardarlo. Van se ne andò senza una risposta. La torre di Ada crollò lentamente nel silenzio e nella soavità del sole. "
( da "Ada o ardore" - Vladimir Nabokov)



Modella Diaphanous Love


lunedì 18 marzo 2013


NSFW


Les fleurs du mal




I gioielli
L'adorata era nuda, e conoscendo il mio cuore, non aveva serbato che i suoi gioielli sonori, il cui ricco ornamento le dava l'aria vittoriosa che hanno, nei giorni felici, le schiave dei Mori. Quando quel mondo risplendente di metallo e di pietra getta danzando il suo vivo e capriccioso suono, mi rapisce in estasi: io amo alla follia le cose in cui suono e luce si mischiano.
Ella giaceva dunque, lasciandosi amare, e dall'alto del divano sorrideva beatamente al mio amore, che dolce e profondo come il mare, saliva a lei come verso uno scoglio. Fissando gli occhi su di me, simile a tigre mansuefatta, con aria vaga e sognante provava nuove pose, e il candore unito alla lascivia dava un incanto nuovo alle sue metamorfosi; e il suo braccio e la sua gamba, la sua coscia e le sue reni, lisci come l'olio, sinuosi come un cigno, passavano davanti ai miei occhi limpidi e sereni; e il suo ventre e i suoi seni, grappoli della mia vigna, si facevano avanti, più tentatori che gli Angeli del male, per turbare la calma della mia anima, e per allontanarla dalla roccia di cristallo ove s'era assisa. Mi sembrava di veder uniti, in un nuovo disegno, le anche di Antiope al busto d'un imberbe: tanto la sua vita risaltava sul bacino. Sul fondo fulvo e bruno della pelle il belletto era stupendo! E, poi che la lampada s'era rassegnata a morire, solo il camino illuminava la stanza: ogni volta che mandava un rosseggiante sospiro, inondava di sangue la sua pelle d'ambra.
Charles Baudelaire


Lynne O’Neill, 1950 - Burlesque dancer


domenica 30 settembre 2012




Joumana Haddad, scrittrice araba contemporanea.   
Nata a Beirut nel 1970, donna attraente, ha studiato al Cairo e in America, all’Università dell’Indiana.   
A Beirut è minacciata di morte e stupro. Perché Joumana Haddad, poetessa e giornalista, ha fondato una rivista unica nel mondo arabo, dove si scrive d’amore ed erotismo. Nel suo nuovo libro descrive anche un omicidio.   
Sue testuali parole “Non ho paura di provocare  Allah”.  

Il ritorno di Lilith

 Io sono Lilith, la dea delle due notti che ritorna dall'esilio.

Io sono Lilith, la donna-destino. Nessun maschio le è mai sfuggito e nessun maschio desidera sfuggirle.

Io sono le due lune Lilith. Quella nera è completata dalla bianca, perché la mia purezza è la scintilla della sua depravazione, e la mia astinenza l’inizio del possibile. Io sono la donna-paradiso che cadde dal paradiso, e sono la caduta-paradiso.

Io sono la vergine, viso invisibile della scostumatezza, la madre-amante e la donna-uomo. La notte perché sono il giorno, il lato destro perché sono il lato sinistro, e il sud perché sono il nord.

Io sono Lilith dai candidi seni. Irresistibile è il mio fascino perché i miei capelli sono corvini e lunghi, e di miele sono i miei occhi. La leggenda narra fui creata dalla terra per essere la prima donna di Adamo, ma io non mi sono sottomessa.

Io mi faccio l’amore e mi riproduco per creare un popolo del mio lignaggio, poi uccido i miei amanti per lasciare spazio a coloro che non mi hanno ancora conosciuta.

Io sono la guardiana del pozzo e il punto di incontro degli opposti. I baci sul mio corpo sono le piaghe di quanti lo tentarono. Dal flauto delle due cosce sale il mio canto, e dal mio canto la maledizione si diffonde come acqua sulla terra.

Dal flauto delle due cosce si eleva il mio canto e dalla mia lussuria sgorgano i fiumi. Come non potrebbero esserci maree ogni volta che tra le mie labbra verticali brilla un sorriso? …

Io, i libri mi hanno scritta anche se non mi avete mai letta. Il piacere sfrenato, la sposa ribelle il compimento della lussuria che conduce alla rovina totale: sulla follia si schiude la mia camicia.

Quanti mi ascoltano meritano la morte, e quanti non mi ascoltano moriranno di rabbia.

Non sono nè la ritrosia nè la giumenta facile, piuttosto il fremito della prima tentazione.

Non sono nè la ritrosia nè la giumenta facile, piuttosto lo svanire dell’ultimo rimpianto.

Io sono la leonessa seduttrice e ritorno per coprire i sottomessi di vergogna e per regnare sulla terra. Ritorno per guarire la costola di Adamo e liberare ogni uomo dalla sua Eva.

Io sono Lilith . E ritorno dal mio esilio  per ereditare la morte della madre che ho generato.

 

(Nella religione mesopotamica, Lilith è il demone femminile associato alla tempesta e portatore di disgrazia, malattia e morte.)

 

Quando verrà il momento.  

Nella follia

Catturare il firmamento e lambire le nubi

Prendere in prestito la bufera

Lasciandomi alle spalle le lacrime zampillanti

Lacrime zampillanti

E me ne andrò.

Non inseguire l’equilibrio

Non soffocare le grida

Danzare sull’acqua

Dirigendomi verso l’altra sponda

Libera

O schiava

Non importa!

Guadare il fiume.

Quando verrà il momento

farfalla notturna

Deporre la dolcezza che ormai mi ha annoiata

Deporre l’abito imbizzarrito invano

E dare fuoco al passato

Per ritornare liscia come la terra vista da lontano

E girare da sola

Intorno alla luna.

Ridere e le mie risate non saranno tristi

Non volere, camminere

Accarezzare la strada

Conversare tutta la notte con il selciato

Fare sgorgare la poesia dalle pietruzze

Il cielo piangerà e non mi preoccuperò

Il vento consumerà il mio cuore ustionato dall’amore.

Quando verrà il momento

alba senza rugiada

mi mostrerò con il viso rabbuiato

e seppellirò i miei visi sereni

diffonderò le ombra sul mio essere

le farò gocciolare come il dolce miele

punto dopo punto

bacio dopo bacio

affinché riemerge sulla superficie del fiume

quella donna che ho serbato in me.

 
Donna

Nessuno può immaginare

Quel che dico quando me ne sto in silenzio

Chi vedo quando chiudo gli occhi

Come vengo sospinta quando vengo sospinta

Cosa cerco quando lascio libere le mie mani.

Nessuno , nessuno sa

Quando ho fame quando parto

Quando cammino e quando mi perdo,

nessuno sa che per me andare è ritornare, e ritornare è indietreggiare

che la mia debolezza è una maschera e la mia forza è una maschera

e quel che seguirà è una tempesta.

Credono di sapere

Ed io glielo lascio credere

E creo.

Hanno costruito per me una gabbia affinché la mia libertà fosse una loro concessione

E ringraziassi e obbedissi

Ma io sono libera prima e dopo di loro, con e senza di loro

Sono libera nella vittoria e nella sconfitta

La mia prigione è la mia volontà!

La chiave della prigione è la loro lingua

Tuttavia la loro lingua si avvinghia intorno alle dita del mio desiderio

E al mio desiderio non impartiscono ordini.

Sono una donna.

Credono che la mia libertà sia loro proprietà

Ed io glielo lascio credere

E creo.

 

Quando sono diventata un frutto  

Maschio e femmina mia madre mi ha messa all’ombra della luna

Ma Adamo fui sacrificato alla mia nascita

Immolato ai mercenari della notte

E per consolarmi

Mi lavò con acqua torbida

E mi portò sul pendio di ogni montagna

Per lo spettro del silenzio e il rumore delle domande mi rese docile

Mi consacrò a Eva lo stupore  e la trasformazione

mi impastò con il buio e la luce

Un tempio ai diavoli del paradiso.

Straniera crebbi e nessuno si preoccupò del mio grano

Ho preferito disegnare la mia vita su una pagina bianca

Mela che nessun albero partorì

Poi ritagliarla e uscirne

Una parte di me vestita di rosso, un’altra parte di me in bianco

Non ero solo dentro e fuori del tempo

Perché ho avuto origine nei meandri celati

Prima di nascere pensavo

Di essere una massa abbondante

Di avere dormito a lungo

Di avere vissuto a lungo

E quando sono diventata un frutto

Ho saputo quel che mi attendeva.

Ho detto ai maghi di prendersi cura di me

Allora mi hanno presa.


Era  la mia risata

Bella e imbarazzata

Volavo sulle piume di un uccello e di notte diventavo un guanciale

Hanno gettato il mio corpo nei talismani

e hanno cosparso il mio cuore con il nettare della follia

Mi hanno recato un silenzio e dei racconti

E fatto in modo che io vivessi senza radici.

E da quel momento vago da un luogo all’altro

Indosso una nuvola ogni notte e parto

Solo io mi dico addio solo io mi do il benvenuto

Volo per sentirmi libera non perché ho paura

Torno dal desiderio non dal fallimento

la mia costanza è il mare e la mia bussola è la tempesta

nell’amore non getto l’ancora in nessun porto

il mio corpo è il viaggio e la mia morte è nel fermarmi

di notte lascio gran parte di me stessa

per abbandonarmi a un forte abbraccio quando ritorno

i miei fratelli gemelli sono la distanza e le isole

l’onda e la sabbia della spiaggia

il rifiuto e il desiderio voluttuoso della luna

l’amore e la morte dell’amore

chi comprende il mio ritmo mi conosce

mi segue

pero non mi raggiunge mai.
      Joumana Haddad

domenica 23 settembre 2012



L'odore dell'India - Pier Paolo Pasolini  

Siamo a Benares e camminiamo, reduci dal bazar, condotti dal tassista maomettano, grosso, intelligente e veloce come un europeo, verso il tassì. Camminiamo per una larga strada del centro, con le case a due passi, gonfie come pianole, tutte di legno, con gli angoli smussati rotondeggianti, i portichetti slabbrati e dipinti di colori teneri.   
  
Sotto un portichetto dipinto di fresco di verdognolo, nella confusione di tassì, cenci e vacche, sentiamo il suono insistente e primitivo di una musica. La faccia del tassista ci promette qualcosa di buono: perciò ci accostiamo, e ci uniamo a una piccola ressa, addossata a una finestrella, in un vicolo perpendicolare alla strada e alla loggetta verde. Attraverso la finestrella, vediamo una saletta non molto grande e completamente disadorna, ma non sporca: in fila sono accucciati per terra degli indù, sei o sette file di una decina di persone l’una. Tutti cantano con gran fervore. Gli strumenti musicali che accompagnano quel coro, sono pochi. Prevale un tamburo lungo e stretto battuto con grande furore dal musicante, che pare stacchi, vorticosamente, le mani dalla pelle del tamburo, come questa fosse spalmata di colla. I colpi sono ordinati, ma precipitosi e drammatici. Il canto della folla accucciata, benché elementare, com’è la melodia indiana, ha qualcosa di giocondo: ricorda i canti delle nostre osterie.  
  
Sotto la finestra, in un angolo della stanza, c’è un parapetto, dipinto di giallo, che circonda la cappella, col solito dio, l’ingam, [1] ossia il sesso, tra le figure in atteggiamenti simbolici: arte folclorica e moderna.  
  
Saltato fuori da chissà dove, ecco che uno strano essere comincia a ballare davanti al recinto del piccolo altare, sui tappeto stinto e strappato. È un nano, maschio, ben adulto e peloso, ma vestito da nana: una grande sottana gialla e un corpetto verde; braccialetti ai polsi e alle caviglie: collane e orecchini luccicanti. Tra le dita agita dei sistri, che si uniscono al suono degli altri strumenti, ossessivi. All’assordante ritmo dei suoi sistri, il nano balla vorticosamente, ripetendo sempre gli stessi gesti: rotea su se stesso, facendo fare alla gonna una specie di ruota, si ferma, si rigira, va verso la folla, fa l’atto di prendere qualcosa sul palmo della mano aperto e teso, e va a gettare questo qualcosa verso l’altare. Ripete questi gesti, senza posa, coi sistri che ronzano e ringhiano come un alveare di api furenti.  
  
L’espressione del nano ha qualcosa di osceno, di maligno. Tra tutte quelle facce dolci di indiani, è l’unico a sapere cos’è la bruttezza. Lo sa in modo infantile e bestiale, chissà per quale ragione: e compie la sua danza sacra e antica, come facendone la caricatura, deturpandola con la sua inspiegabile perfida volgarità.  
  
Non fu il solo caso. Anche a Gwalior, una cittadina tra Delhi e Benares, potei notare qualcosa di analogo. Passavamo per la piazza centrale della città, stupiti del suo aspetto moderno; una gran Porta, due tre palazzotti rossi e bianchi, una grossa aiuola nel centro. Però dappertutto, in mezzo al traffico, vacche e capre, grige di sporcizia. Tra le vacche e le capre, su un marciapiede, era disteso un sacco, grigio di sporcizia, e, sotto, un uomo, con una gran capigliatura nera che fuorusciva dagli orli del sacco. Un gruppo di gente stava intorno a lui, in ginocchio, venerandolo. Prima di andarsene, qualcuno che era stato lì in raccoglimento devoto, gli baciava o gli sfiorava i piedi con la mano. E lui, l’adorato, fermo sotto il suo straccio immondo, con tutti quegli immondi capelli sciolti sul marciapiede. Quando uno, paralizzato di venerazione, gli si accostò offrendogli una sigaretta accesa, l’adorato rifiutò, muto, limitandosi a scuotere follemente un piede, quasi desse piccoli vorticosi calci isterici all’intero mondo.  
  
A Kajurao, il giorno dopo, abbiamo avuto modo di vedere un altro di questi santoni. Kajurao è il posto più bello dell’India, anzi forse l’unico posto che si può dire veramente bello, nel senso «occidentale» di questa parola. Un immenso prato-giardino di gusto inglese, verde, d’una tenerezza struggente, con delle buganvillee sparse a grossi cespugli rotondi, davanti a ognuno dei quali l’occhio si sarebbe perduto a goderne il rosso paradisiaco per ore intere. File di giovinette, col sari, tutte inanellate, lavoravano il prato: e, più in là, file di fanciulli, accucciati sull’erba, e, più in là ancora, giovani che portavano, appesi all’estremità di una pertica, dei secchi d’acqua: tutto in una pace di infinita primavera. E sparsi in questo prato, i piccoli templi: che sono quanto di più sublime si possa guardare in India.  
  
Ai margini del prato, c’era una casetta, una catapecchia non lurida, di mattoni: un fuoco acceso dentro, e qualche suppellettile. Intorno, qualcuno stava trafficando, come preso dalle sue faccende. Era un uomo sui quarant’anni, con una folta barba nera e una folta zazzera nera alla D’Artagnan. Il suo aspetto era immediatamente antipatico. Osservandolo bene, infatti, si vedeva che non stava affatto sfaccendando, occupato a accendersi il fuoco, a cucinarsi i fagioli o che so io: ma, con la stessa attenzione, accuratezza e albagia, di chi fa un lavoro ritenuto indispensabile, stava accudendo a un cerimoniale sacro. Girava come un matto intorno alla catapecchia, si fermava, toccava degli oggetti, faceva dei gesti con le mani, si chinava a terra.  
  
Lo lasciammo lì: chiuso nella sua maniaca concentrazione, in un cerchio infinito di tolleranza.  
  
Non riuscivamo a staccarci da Kajurao: c’erano sei templi, piccoli e stupendi, e intorno a ognuno indugiavamo almeno per un’ora, seduti sui suoi scalini, o sul prato sottostante, a goderci quella insperata pace, potentemente mite.  
  
I templi davanti a noi, coi loro due corpi (uno grande, con nell’interno l’ingam, l’altro, di fronte, più piccolo, poco più che una tettoia a coprire la stupenda vacca di pietra rivolta all’ingam) nell’oro del sole, erano di una bellezza inesauribile. Non cose di pietra, parevano: ma d’un materiale quasi commestibile, più che prezioso, aereo. Nuvoloni e nuvolette cadute in quel gran prato verdino, condensate, coagulate, diventate simili a grandi grappoli d’uva, col gambo ficcato a terra, gocciolanti, e i grani fitti, quasi incastrati l’uno nell’altro: e poi un po’ alla volta, un sole paziente pareva averli prosciugati, fino a renderli sughero, canna, legno, tufo: ma lasciando a ogni superficie quel groviglio di grani incastrati, ricciuti.  
  
Guardavamo, seduti su un gradino slabbrato, fatto di quel materiale ch’era pura tenerezza e vecchiezza, intorno a noi, quel mondo di templi, quando fummo distratti da una figura che attraversava il prato. Veniva avanti sicura, rapida: i giardinieri, intorno, radi e pigri, la guardavano passare deferenti.  
  
Era il santone. Chissà dove andava. Camminava impettito, nudo come un verme, con lo zazzerone e il barbone neri che andavano su e giù al moto del suo passo elastico e quasi sportivo: camminava altezzoso col petto in fuori, senza degnare di uno sguardo i fedeli. Sembrava un capoufficio che passasse per il corridoio tra gli uscieri e i fattorini. E quando un povero negretto, umile umile, gli si accostò e gli offerse la solita sigaretta accesa, egli non si voltò nemmeno non solo a ringraziarlo, ma nemmeno a guardarlo, quell’imbecille.  
  
Fortunatamente l’induismo non è una religione di stato. Perciò i santoni non sono pericolosi. Mentre i loro fedeli li ammirano (ma mica tanto, poi), c’è sempre un mussulmano, un buddista o un cattolico che li guarda con compassione, ironia o curiosità. È un fatto, comunque, che in India l’atmosfera è favorevole alla religiosità, come dicono anche i referti più banali. Ma a me non risulta che gli indiani siano molto occupati da seri problemi religiosi. Certe loro forme di religiosità sono coatte, tipicamente medioevali: alienazioni dovute all’orrenda situazione economica e igienica del paese, vere e proprie nevrosi mistiche, che ricordano quelle europee, appunto, del medioevo, che possono colpire individui o intere comunità. Ma più che una religiosità specifica (quella che dà i fenomeni mistici o la potenza clericale) ho osservato tra gli indiani una religiosità generica e diffusa: un prodotto medio della religione. La non violenza, insomma, la mitezza, la bontà degli indù. Essi hanno forse perso contatto con le fonti dirette della loro religione (che è evidentemente una religione degenerata) ma continuano a esserne dei frutti viventi. Così la loro religione, che è la più astratta e filosofica del mondo, in teoria, è, ora, in realtà, una religione totalmente pratica: un modo di vivere.  
  
Si giunge addirittura a una specie di paradosso: gli indiani, astratti e filosofici alle origini, sono attualmente un popolo pratico (sia pure di una pratica che serve a vivere in una situazione umana assurda), mentre i cinesi, pratici e empirici alle origini, sono attualmente un popolo estremamente ideologico e dogmatico (pur risolvendo praticamente una situazione umana che pareva irrisolvibile). Così, in India, ora, più che alla manutenzione di una religione, l’atmosfera è propizia a qualsiasi spirito religioso pratico.  
  
Ho conosciuto dei religiosi cattolici: e devo dire che mai lo spirito di Cristo mi è parso così vivido e dolce; un trapianto splendidamente riuscito. A Calcutta, Moravia, la Morante e io siamo andati a conoscere Suor Teresa, [2] una suora che si è dedicata ai lebbrosi. Ci sono sessantamila lebbrosi, a Calcutta, e vari milioni in tutta l’India. E una delle tante cose orribili di questa nazione, davanti a cui si è del tutto impotenti: in certi momenti ho provato dei veri impulsi di odio contro Nehru [3] e i suoi cento collaboratori intellettuali educati a Cambridge: ma devo dire che ero ingiusto, perché veramente bisogna rendersi conto che c’è ben poco da fare in quella situazione. Suor Teresa cerca di fare qualcosa: come lei dice, solo le iniziative del suo tipo possono servire, perché cominciano dal nulla. La lebbra, vista da Calcutta, ha un orizzonte di sessantamila lebbrosi, vista da Delhi ha un orizzonte infinito.  
  
Suor Teresa vive in una casetta non lontana dal centro della città, in uno sfatto vialone, roso dai monsoni e da una miseria che toglie il fiato. Con lei ci sono altre cinque, sei sorelle, che l’aiutano a dirigere l’organizzazione di ricerca e di cura dei lebbrosi, e, soprattutto, di assistenza alla loro morte: esse hanno un piccolo ospedale dove i lebbrosi vengono raccolti a morire.  
  
Suor Teresa è una donna anziana, bruna di pelle, perché è albanese, alta, asciutta, con due mascelle quasi virili, e l’occhio dolce, che, dove guarda, «vede». Assomiglia in modo impressionante a una famosa sant’Anna di Michelangelo: e ha nei tratti impressa la bontà vera, quella descritta da Proust nella vecchia serva Francesca: la bontà senza aloni sentimentali, senza attese, tranquilla e tranquillizzante, potentemente pratica.   
[…]  
  
  
Breve stralcio tratto da “L’odore dell’India” di Pierpaollo Pasolini. 

giovedì 6 settembre 2012


Siamo stanchi di diventare giovani seri,  
o contenti per forza, o criminali, o nevrotici:  
vogliamo ridere, essere innocenti, aspettare  
qualcosa dalla vita, chiedere, ignorare.  
Non vogliamo essere subito già così sicuri.  
Non vogliamo essere subito già così senza sogni.  
(Pierpaolo Pasolini)




 Pier Paolo Pasolini e Maria Callas durante le riprese del film “Medea”, 1969




sabato 1 settembre 2012



L’amore fisico mi piace, te ne sarai accorto.   
Ma il motivo per cui mi piace non sta nel brivido con cui ci inebria e ci consegna all’oblio. Sta nella compagnia che ci regala e con la quale ci rincuora, nel conforto che proviamo a possedere un corpo da cui si è attratti: unire il nostro corpo a quel corpo, sentircelo dentro e addosso. Alcuni sostengono che l’amore fisico non è che un mezzo per procreare, continuare la specie, ma si sbagliano di grosso. Se non fosse che questo, gli esseri umani si accoppierebbero soltanto quando hanno un uovo da fecondare cioè come gli animali. (Ammesso che gli animali si accoppino veramente per fecondar l’uovo e basta.) No, l’amore fisico è assai più di un mezzo per continuare la specie. E’ un mezzo per parlare, comunicare , farsi compagnia. E’ un discorso fatto con la pelle anziché con le parole. E, finchè dura, niente strappa alla solitudine quanto la sua materialità. Niente riempie e arricchisce quanto la sua tangibilità. Però è anche la più potente droga che esista, la più grossa fabbrica di illusioni e di equivoci che la natura ci abbia fornito. La droga, appunto, dell’oblio. L’illusione che l’oblio duri per sempre.   
(Oriana Fallaci)

sabato 18 agosto 2012



Che cosa me ne importa 
del mio proprio passato 
Certo qualcuno ho amato 
e qualcuno ha amato me 
Come i giovani che s'amano  
sanno semplicemente amare 
Amare amare... 
Che vale interrogarmi
Sono qui per piacervi 

e niente può cambiarmi
(Jacques Prévert)


venerdì 17 agosto 2012


Del mondo antico e del mondo futuro
era rimasta solo la bellezza, e tu,
povera sorellina minore,
quella che corre dietro ai fratelli più grandi,
e ride e piange con loro, per imitarli,
e si mette addosso le loro sciarpette,
tocca non vista i loro libri, i loro coltellini,

tu sorellina più piccola,
quella bellezza l’avevi addosso umilmente,
e la tua anima di figlia di piccola gente,
non ha mai saputo di averla,
perché altrimenti non sarebbe stata bellezza.
Sparì, come un pulviscolo d’oro.

Il mondo te l’ha insegnata.
Così la tua bellezza divenne sua.

Dello stupido mondo antico
e del feroce mondo futuro
era rimasta una bellezza che non si vergognava
di alludere ai piccoli seni di sorellina,
al piccolo ventre così facilmente nudo.
E per questo era bellezza, la stessa
che hanno le dolci mendicanti di colore,
le zingare, le figlie dei commercianti
vincitrici ai concorsi a Miami o a Roma.
Sparì, come una colombella d’oro.

Il mondo te l’ha insegnata,
e così la tua bellezza non fu più bellezza.

Ma tu continuavi ad essere bambina,
sciocca come l’antichità, crudele come il futuro,
e fra te e la tua bellezza posseduta dal potere
si mise tutta la stupidità e la crudeltà del presente.
Te la portavi sempre dentro, come un sorriso tra le lacrime,
impudica per passività, indecente per obbedienza.
L’obbedienza richiede molte lacrime inghiottite.
Il darsi agli altri,
troppi allegri sguardi, che chiedono la loro pietà.
Sparì, come una bianca ombra d’oro.

La tua bellezza sopravvissuta dal mondo antico,
richiesta dal mondo futuro, posseduta
dal mondo presente, divenne così un male.

Ora i fratelli maggiori finalmente si voltano,
smettono per un momento i loro maledetti giochi,
escono dalla loro inesorabile distrazione,
e si chiedono: «È possibile che Marilyn,
la piccola Marilyn ci abbia indicato la strada?»
Ora sei tu, la prima, tu sorella più piccola,
quella che non conta nulla, poverina, col suo sorriso,
sei tu la prima oltre le porte del mondo
abbandonato al suo destino di morte.


Un omaggio firmato Pier Paolo Pasolini


MARILYN

Il suicidio di Marilyn Monroe


mercoledì 8 agosto 2012





E quella a me: nessun maggior dolore
che ricordarsi del tempo felice
ne la miseria; e ciò sa ‘l tuo dottore.

Ma s’a conoscer la prima radice
del nostro amor tu hai cotanto affetto,
dirò come colui che piange e dice.

Noi leggiavamo un giorno per diletto
di Lancialotto come amor lo strinse;
soli eravamo e sanza alcun sospetto.

Per più fïate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse.

Quando leggemmo il disïato riso
esser basciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,

la bocca mi basciò tutto tremante.
Galeotto fu ‘l libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante.
 (Dante Alighieri, Divina Commedia, V canto inferno)